F.I.C. - Comitato regionale Piemonte
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Comunicato [8]Gallery del 23/02/2012 
 
Intervista a Silvia De Maria 
 

Il 29 Agosto 2012, ad un mese di distanza dalla conclusione dei XXX Giochi Olimpici, Londra ospiterà anche la XIV edizione dei Giochi Paraolimpici.

A poco più di 6 mesi dal loro inizio, e fresca di rientro dai primi raduni del 2012, siamo andati a fare due chiacchiere con Silvia De Maria, atleta della Società Canottieri Caprera di Torino, che lo scorso agosto 2011, a Bled (Slovenia), ha conquistato una storica qualificazione paraolimpica nella specialità del 2XTAMix, in accoppiata con il compagno di barca Daniele Stefanoni (C.C. Aniene).

Ciao Silvia, e grazie innanzitutto per averci offerto questa opportunità! Ci piacerebbe iniziare questa intervista chiedendoti qualcosa di più su te… Insomma, raccontaci di te stessa, a ruota libera.

“Beh… Sono nata a Torino il 14 aprile del 1973 e sono la terza di quattro figli. Ho tre fratelli, Paolo, Claudio, Giorgio, e sono cresciuta coltivando sin da piccola l’amore per lo sport e la montagna, trasmessami da papà Gigi (grande amante del ciclismo) e sostenuta da mamma Lidia. Sono appassionata d’arte (mi reco spesso a mostre di varia natura) e cinematografia, amo la musica (che vivo in prima persona, recandomi ai concerti dei miei cantanti preferiti), l’opera lirica e la filosofia, in particolare quella orientale. Ho studiato ragioneria al liceo e scienze dell’educazione all’università, laureandomi nel ‘97. Una volta completati gli studi ho cominciato a lavorare, dapprima affrontando il tema del disagio minorile presso il carcere Ferrante Aporti di Torino, e successivamente il tema della disabilità in una comunità alloggio per pazienti psichiatrici.”

Silvia, come sappiamo la tua disabilità è conseguenza di un incidente…

“Sì, una mattina del ‘97, quando avevo 24 anni, recandomi a lavoro ho avuto un brutto incidente in macchina; la vettura che guidavo si è ribaltata, ed io ho riportato un forte trauma cranico con ematoma subdurale. Sono stata immediatamente operata alla testa ed ho trascorso qualche giorno in coma; dopo aver scongiurato il rischio di danni cerebrali, circa 20 giorni dopo sono stata operata alla schiena, dove avevo riportato una lesione della prima vertebra lombare (L1) ed una parziale lesione mielica, che mi ha reso paraplegica. Sebbene non riesca più a camminare, riesco a fare dei movimenti parziali delle gambe: non muovo più le caviglie ed i piedi, ma riesco ancora a muovere i quadricipiti, che sono rimasti tonici. Da allora, oltre al compleanno, l’8 giugno festeggio quello che ho ironicamente definito il “Compli-Danno…”

E come è stata la riabilitazione, dal punto di vista fisico e psicologico?

“La riabilitazione è stata alquanto lunga; in principio ho trascorso 2 mesi al CTO di Torino, e successivamente 7 mesi al CRF. La mia reazione all’incidente è stata progressiva, non ho subito realizzato la cosa, anche perché la degenza ospedaliera è stata allietata dalla presenza di molte persone. Venivano sempre a trovarmi gli amici, c’era sempre un sacco di gente, e di conseguenza non mi sono resa conto, sino alla fine, della portata del trauma subito. L’ho realizzato pienamente durante la successiva riabilitazione in Germania. Mentre ero là ho preso la patente, ho imparato ad usare la carrozzina ed ho imparato ad accettare questa mia nuova condizione. Con il tempo ho fatto pace con il mio passato, concedendomi anche la possibilità di piangere nel momento in cui mi sono resa conto di alcune cose che non avrei più avuto la possibilità di fare. La prima cosa che ho fatto, una volta tornata a casa, è stato appendere al muro le scarpe che utilizzavo per fare arrampicata e regalare tutta l’attrezzatura, sci compresi; inoltre, per un certo periodo, non ho più frequentato gli amici della montagna, perché la cosa mi faceva star male. Solo successivamente ho recuperato tutta una serie di rapporti che avevo sentito la necessità di interrompere. L’incidente ha ovviamente rappresentato una svolta totale nella mia vita... Dopo la riabilitazione ho provato a riavvicinarmi al lavoro, ma ho smesso di svolgere l’attività di educatrice perché non mi sentivo più portata per quella professione, non la sentivo più attinente me stessa e la nuova immagine di me. Ho quindi aperto un punto informativo “Informa-Handicap” ad Orbassano, con una cooperativa di Pinerolo, per mettere a disposizione me stessa e le mie competenze. Dal punto di vista sociale, rispetto al mio precedente stile di vita ed alla mia precedente professione, mi sono ritrovata esattamente dalla parte opposta della scrivania: quando hai un incidente di questo tipo hai bisogno di interfacciarti con i medici, gli assistenti sociali e le istituzioni, ed ho compreso quanto ci si ritrovi, per così dire, in una “terra di nessuno”. Le normative e la legge in merito vanno ancora implementate, ed offrono moltissimo margine di miglioramento; nonostante lavorassi in questo campo già prima dell’incidente, non mi ero resa conto di tali carenze. Nel mio piccolo ho ad esempio realizzato quanta violenza possa aver fatto io stessa sulle persone in carrozzina: se qualcuno si avvicina e mi spinge, la cosa mi infastidisce molto; ricordo di aver fatto assistenza ad una ragazza in carrozzina di nome Lenny… le ho fatto fare di tutto con quella carrozzina, la spingevo giù per le discese pensando si divertisse, ma lei urlava perché aveva paura.”

E dopo quanto tempo dall’incidente hai cominciato a ripensare di avvicinarti allo sport?

“In realtà ho ricominciato a praticare sport quasi da subito. In Germania lo sport viene ampliamente consigliato nell’ambito delle terapie riabilitative, cosa che oggigiorno fanno anche qui; lì ho avuto modo di provare a giocare a basket, sciare e ballare. Quando sono tornata in Italia non sapevo a chi rivolgermi, ma un amico che lavorava a Sestiere nell’ambito dello sport per disabili mi ha messo in contatto con Tiziana Nasi (Presidente Regionale del CIP, il Comitato Italiano Paraolimpico), grazie alla quale ho iniziato a praticare sci già dal 1999.”

E com’è, Silvia, il mondo dello sport per disabili?

Nel corso degli anni la concezione dello sport disabile è cambiata e si è evoluta. Oggi c’è molta più visibilità, informazione e tecnologia; mentre prima lo sport era concepito più come una semplice forma di riabilitazione fine a sé stessa, ora è concepito come un importante strumento di arricchimento della vita, al pari di come potrebbe viverlo qualunque persona normodotata. Si è giunti, quindi, alla parificazione.”

E dicci, Silvia, coniugare sport e lavoro è sempre molto impegnativo, per ogni atleta. Come hai vissuto questa sfida?

“Sinché ho potuto, ho lavorato con continuità. Nonostante gli intensi allenamenti sciistici mi avessero permesso di qualificarmi per un Olimpiade, (l’Olimpiade invernale di Salt Lake City del 2002, alla quale non ho poi partecipato a causa di un infortunio in allenamento un mese prima della partenza), sono comunque riuscita a coniugare sport e lavoro. Non poter partecipare all’Olimpiade a causa dell’infortunio è stata una grossa delusione (ed oltretutto mi è rimasta la paura, da allora non scio più). Dal 2002 sono quindi passata al tennis (sport che non avevo mai praticato prima), e grazie a tale specialità ho avuto modo di vivere anche una piacevole esperienza lavorativa, in quanto sono stata la prima disabile italiana a lavorare nel reparto tennis di una famosa catena internazionale di negozi di articoli sportivi. Il tennis mi è piaciuto molto perché mi ha permesso di viaggiare, disputando tornei in vari paesi d’Europa, Sudafrica, Sudamerica, Australia e Nuova Zelanda. La passione per il tennis mi è rimasta tutt’ora, saltuariamente alleno anche i ragazzi di un club di Pinerolo, nonché mi cimento in combattutissime sfide con i miei fratelli quando ci rivediamo… Ad un certo punto, però, ho dovuto iniziare a dedicarmi ancora maggiormente (quindi totalmente) alla pratica sportiva, ed allora ho lasciato il lavoro. La cosa mi è dispiaciuta, ma i miei sforzi sono stati ripagati, in quanto sono riuscita a qualificarmi e partecipare alle Olimpiadi di Pechino del 2008, proprio nella specialità del tennis, rifacendomi, tra l’altro. per la delusione della mancata partecipazione alla precedente Olimpiade”.

E dopo il tennis, quindi, è scattato l’amore per il canottaggio?

“Sì, sebbene sia stato un incontro casuale, non una mia ricerca. Mentre ero a Pechino ho conosciuto Piero Poli, medaglia d’oro a Seoul 1988 ed attuale medico della Nazionale Italiana di Canottaggio, il quale mi ha portato ad avvicinarmi a tale disciplina, mettendomi in contatto con Simona Rasini, allenatrice del settore Adaptive della Società Canottieri Caprera di Torino. Da allora, eccomi qui, ancora a remare, ancora con i colori della Caprera...”

Quindi si può dire che sei ancora qui perché si tratta di un amore più forte rispetto a quello che hai nutrito per altri sport o perché non sei ancora pienamente appagata?

“Sinceramente… un po’ ed un po’. Questo sport, a differenza di tutti gli altri, mi ha permesso di superare dei limiti fisici che credevo di avere per natura. Il canottaggio è una disciplina che porta ad abbattere le barriere fisiche e mentali, e dico questo nonostante il tennis, a suo modo, sia anch’esso uno sport dalla componente mentale fortissima. A volte, quando gareggiavo nel tennis, giocavo contro 3 persone: me stessa, l’avversario, ed ancora me stessa. Il tennis è uno sport molto strategico, in cui puoi subire fortemente la psicologia dell’avversario, nonché del pubblico. Nel canottaggio giochi più contro te stesso. A mio parere, il tennis può definirsi un Gioco, mentre il canottaggio è una Disciplina sportiva, e come tale, è totalizzante. Se non ti alleni duramente non raccogli il risultato. Tuttavia, da quando lo pratico mi sento forte come non mi sono mai sentita prima, sebbene praticarlo mi abbia anche portato anche ad isolarmi un pò, dal momento che al di fuori di esso faccio molte meno cose di quante ne facevo prima.”

Silvia, tu ci offri una testimonianza molto preziosa, in quanto, a differenza di molti sportivi, cresciuti dedicandosi costantemente e totalmente ad una sola disciplina, tu ne hai praticata più di una. Permettici di capire qualcosa di più, quindi, facendo dei confronti e dei parallelismi.

“Beh, nel tennis ho raggiunto il 20esimo posto nel ranking mondiale, qualificatami e partecipando alle Olimpiadi; dovessi fare un confronto con il canottaggio, direi che gli ho dedicato la stessa quantità di tempo, ma la quantità di energie impiegate nel canottaggio è nettamente superiore. Il canottaggio mi carica moltissimo, ma mi sfianca totalmente, è una forma di culto della fatica e del sacrificio. Sinceramente non credevo avrei raggiunto l’obbiettivo della qualificazione a Londra... Oltre ad essere seguita da Simona, mi alleno con suo marito e mio attuale allenatore, Vittorio Altobelli. Vittorio mi stimola ad andare sempre oltre, quando sono sul punto di cedere riesce sempre a portarmi oltre il limite; mi ha insegnato a faticare e soffrire come non avevo mai fatto prima, e mi ha trasmesso il cosiddetto concetto del “buttare il cuore oltre l’ostacolo”, una capacità che non pensavo di avere, o che forse nessuno di noi pensa di avere sino a quando non la scopre, poco alla volta, giorno per giorno, dovendo andare sempre un po’ oltre, superando quel limite del tutto intimo e personale. Questa capacità non è innaturale, ma va educata ed allenata, ed ha un enorme potenziale, in quanto anche quando l’allenamento termina, sono convinta che essere entrati in questo status mentale permetta di avere un approccio più determinato verso ogni cosa. Il canottaggio è anche questo.”

Silvia, quanto ti alleni adesso?

Mi alleno 2 volte al giorno tutti i giorni, ed 1 sola volta la domenica. Oramai sono in una fase in cui sento la necessità fisiologica di farlo, non ho ancora capito bene per quale motivo, ma credo che il mio corpo sprigioni delle sostanze che mi fanno sentire bene quando mi alleno; inoltre c’è la sensazione di appagamento psicologico che mi trasmette la prospettiva di arrivare a fine giornata sapendo di essermi allenata bene. In questo momento sono molto carica, e non mi sento affatto così lontana da una medaglia a Londra. Vado là per giocarmela sino in fondo. Dal punto di vista della disabilità io sono l’unica atleta della mia categoria (TA - Trunk & Arms) costretta alla carrozzina; nelle altre nazioni tutti gli atleti appartenenti a tale categoria, sebbene disabili, camminano, perciò possono sicuramente esprimere una maggiore potenza; la cosa tuttavia non mi preoccupa, anzi, la vivo come una doppia sfida. Inoltre bisogna sottolineare che a Bled noi abbiamo qualificato la barca, non l’equipaggio, quindi il posto lo dobbiamo mantenere dimostrando il nostro valore ogni volta. È’ una forma di pressione psicologica che comprendo perfettamente, tuttavia i test continui mi stressano, sebbene mi spingano sempre a cercare di dimostrare qualcosa, scatenando la mia vena agonistica e competitiva. Sinceramente, non credevo di essere così tanto competitiva!”

Parliamo di Daniele Stefanoni, il tuo grande compagno di barca…

Daniele è una persona meravigliosa, con un grande cuore. Ricordo che ci hanno messo in barca insieme sin da subito, e con lui ho disputato la mia prima regata internazionale a Gavirate. C’era un fortissimo vento e delle onde molto alte. Giunti in partenza, ho avuto paura, e, colta da un attacco di panico, gli ho detto che volevo scendere; lui è riuscito a calmarmi, e da allora io mi fido molto di lui. Tecnicamente è molto capace nel portare la barca; agli inizi lui era a capovoga, ma, dallo scorso anno, ci siamo invertiti, e sono passata io a capovoga.

La gara più bella che hai disputato…

Lo scorso anno, a Karapiro, in Nuova Zelanda. Siamo arrivati quinti, però ho dato tutto ciò di cui ero capace; ero in stato di grazia, sentivo che non mi avrebbe potuto battere nessuno. La qualificazione di Bled dello scorso anno è stata, invece, una sfida durissima, dal punto di vista fisico e mentale; essendo in palio i pass olimpici, il livello era ancora più alto, e tutti hanno dato il tutto per tutto. Io ero molto più allenata ed in forma, quindi più vicina al limite, ma ce l’abbiamo fatta, e questa è la cosa più importante! Ora guardiamo a Londra!”

Ringraziamo quindi Silvia e le facciamo i nostri migliori auguri per il proseguo dei suoi allenamenti in vista di Londra 2012… Dai Silvia, siamo tutti con te!

ALESSANDRO POLATO